L’entusiasmo di don Luigi Merola sbarca a Formia. Ieri pomeriggi, infatti, il sacerdote napoletano è stato ospitato dalla parrocchia dei Santi Lorenzo e Giovanni Battista per presiedere la messa vespertina e per presentare il suo ultimo lavoro editoriale “Il cancro sociale: la camorra”, edito da Guida. Un’occasione, voluta da don Gianni Cardillo, per saggiarne carisma, forza e determinazione. E, in effetti, il sacerdote non ha deluso. Nell’omelia don Luigi ha sottolineato il ruolo fondamentale delle madri, non a caso si celebrava l’assunzione in cielo della Beata Vergine Maria, sottolineando, quindi, le criticità di un sistema scolastico che, solo in Campania sconta il 19% di dispersione. “Così – ha spiegato – uno dei nostri più gravi problemi è la ‘ciucciaggine’” ha ammonito dal pulpito. Poi, quasi come a volersi togliere un sassolino dalla scarpa ha sottolineato: “Non sopporto essere definito un prete anticamorra, è come dire di un poliziotto che è un agente antimafia, e si capisce”. Poi al termine della funzione ha posto grande attenzione alle attività che realizza con la sua fondazione 'A voce de creaturè’, un centro sorto su un bene confiscato che ospita più di ottanta ragazzi. Un impegno che ottempera avendo sempre presente la missione di don Giovanni Bosco e don Milani, esempi che correntemente cita nel suo intervento. Ma per don Luigi è stata anche un’occasione per ripercorrere la sua attività pastorale ed educativa degli ultimi 10 anni. “A 27 anni – ha spiegato – sono stato mandato a Scampia. La prima cosa che ho fatto, allora, è stata quella di visitare il quartiere. In quell’occasione, mentre percorrevo un vicolo, mi imbattevo in due figuri, due bravi, che prima mi perquisirono e poi mi scaraventarono a terra. In quel momento capii che lì lo Stato non c’era. Anzi c’era un altro stato”. Ma se per don Luigi all’esterno c’erano le gravi problematiche che il quartiere di Annalisa Durante viveva e vive tuttora, un’altra realtà gli si parava subito dinanzi: “Se fuori lo Stato non c’era, dentro, nella Basilica la Chiesa era assente. Nel corso della mia prima celebrazione c’erano solo tre persone” ultraottantenni per giunta. Ma si capisce che il riferimento numerologico, come lui stesso ammette, si carica di significati: “C’erano fede, speranza e carità”. Lo aspettavano anni difficili, mentre il tentativo era quello di costruire una comunità, togliendo dalla strada i più deboli, i più vulnerabili: i ragazzi, quelli cui, il più delle volte, non è riservato altro che l’ingresso nella camorra. Ed è questo l’impegno principale di don Luigi, la scolarizzazione come emancipazione da quel cancro sociale che è la criminalità organizzata. Per questo da anni vive sotto scorta. Per questo è un esempio da ammirare.
lunedì 15 agosto 2011
La sfida di don Luigi Merola al cancro sociale: la camorra
L’entusiasmo di don Luigi Merola sbarca a Formia. Ieri pomeriggi, infatti, il sacerdote napoletano è stato ospitato dalla parrocchia dei Santi Lorenzo e Giovanni Battista per presiedere la messa vespertina e per presentare il suo ultimo lavoro editoriale “Il cancro sociale: la camorra”, edito da Guida. Un’occasione, voluta da don Gianni Cardillo, per saggiarne carisma, forza e determinazione. E, in effetti, il sacerdote non ha deluso. Nell’omelia don Luigi ha sottolineato il ruolo fondamentale delle madri, non a caso si celebrava l’assunzione in cielo della Beata Vergine Maria, sottolineando, quindi, le criticità di un sistema scolastico che, solo in Campania sconta il 19% di dispersione. “Così – ha spiegato – uno dei nostri più gravi problemi è la ‘ciucciaggine’” ha ammonito dal pulpito. Poi, quasi come a volersi togliere un sassolino dalla scarpa ha sottolineato: “Non sopporto essere definito un prete anticamorra, è come dire di un poliziotto che è un agente antimafia, e si capisce”. Poi al termine della funzione ha posto grande attenzione alle attività che realizza con la sua fondazione 'A voce de creaturè’, un centro sorto su un bene confiscato che ospita più di ottanta ragazzi. Un impegno che ottempera avendo sempre presente la missione di don Giovanni Bosco e don Milani, esempi che correntemente cita nel suo intervento. Ma per don Luigi è stata anche un’occasione per ripercorrere la sua attività pastorale ed educativa degli ultimi 10 anni. “A 27 anni – ha spiegato – sono stato mandato a Scampia. La prima cosa che ho fatto, allora, è stata quella di visitare il quartiere. In quell’occasione, mentre percorrevo un vicolo, mi imbattevo in due figuri, due bravi, che prima mi perquisirono e poi mi scaraventarono a terra. In quel momento capii che lì lo Stato non c’era. Anzi c’era un altro stato”. Ma se per don Luigi all’esterno c’erano le gravi problematiche che il quartiere di Annalisa Durante viveva e vive tuttora, un’altra realtà gli si parava subito dinanzi: “Se fuori lo Stato non c’era, dentro, nella Basilica la Chiesa era assente. Nel corso della mia prima celebrazione c’erano solo tre persone” ultraottantenni per giunta. Ma si capisce che il riferimento numerologico, come lui stesso ammette, si carica di significati: “C’erano fede, speranza e carità”. Lo aspettavano anni difficili, mentre il tentativo era quello di costruire una comunità, togliendo dalla strada i più deboli, i più vulnerabili: i ragazzi, quelli cui, il più delle volte, non è riservato altro che l’ingresso nella camorra. Ed è questo l’impegno principale di don Luigi, la scolarizzazione come emancipazione da quel cancro sociale che è la criminalità organizzata. Per questo da anni vive sotto scorta. Per questo è un esempio da ammirare.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
0 commenti:
Posta un commento